MALCOLM & MARIE (NETFLIX)
Voto 7,5

LA SERA DELLA PRIMA

Zendaya e John David Washington duettano nel film diretto da Sam Levinson che spia l’intima resa dei conti di una coppia.

Incastonato in uno smagliante bianco e nero che non nasconde l’esasperato desiderio di essere stiloso, e ambientato fra le pareti di una lussuosa villa a cielo aperto nei paraggi di Los Angeles, l’opera di stampo teatrale di Sam Levinson mette in scena il gioco al massacro di una coppia di fidanzati: un regista emergente, Malcolm, e la sua musa, Marie.

Si apre il sipario: di ritorno dalla trionfale premiere del suo film, Malcolm, inebriato di autocompiacimento, si appresta a rilanciare anche nell’intimità l’ebbrezza della ‘sua’ serata esaltante, caricandosi sulle note di “Down & Out in New York City” di James Brown.

Marie non è sulla stessa lunghezza d’onda e ostenta il broncio delle peggiori occasioni mentre si libera di vestito elegante, collant, trucco e altri orpelli da sfilata. Il malumore è palpabile e indigesto quanto quel Mac and Cheese preparato controvoglia.

Nel suo discorso di ringraziamento davanti alla platea, Malcolm ha colpevolmente dimenticato Marie. Ha ringraziato proprio tutti, tranne lei, malgrado abbia ricalcato il personaggio principale del film sulle esperienze borderline della fidanzata, senza nemmeno offrirle la parte da protagonista. Almeno a sentire quanto asserisce lei.

Marie, si scopre, è una ex ‘ragazza interrotta’, nonché aspirante attrice con poca fortuna, che Malcolm avrebbe salvato dal buco nero della tossicodipendenza. Almeno a sentire quanto afferma lui.

Questa premessa è il propellente che scatena il furibondo riaffiorare di malesseri più stratificati; l’incendio dove le fiamme sono gli assalti verbali, i monologhi assertivi, le accuse ineleganti. Malcolm e Marie si feriscono alternandosi nel ruolo di carnefice e vittima, ma mantenendo stabile il livello di ambiguità. Sta a noi decifrare chi stia fornendo più informazioni credibili e soprattutto se stiamo assistendo a un ‘semplice’ litigio o all’epilogo della relazione.

I primi venti minuti di “Malcolm e Marie” sono folgoranti. Rilasciano le vibrazioni nervose e i riverberi elettrici del cinema di John Cassavetes. Accademicamente, si intende. Senza la smania, la spontanea urgenza creativa di un mostro sacro insuperabile e di un’epoca non ripetibile.

Con un montaggio interno calibrato al millimetro e un loop sincopato dal fluido andamento jazz, dove i piano-sequenza amplificano la percezione che i due attori stiano improvvisando, Sam Levinson allestisce il palcoscenico per un confronto che si scalda e si raffredda di continuo, infervorato dalle turbolenze, congelato dagli stalli silenti, intiepidito dalle tregue smancerose.

E gradualmente emergono vari sottotesti, simili ai battiti di un cuore pulsante che accelera il respiro del film. Lo tiene sulle spine. Accalora la nostra morbosità voyeuristica. E, al netto del sofisticato apparato estetico, ci aiuta a distinguerlo da una puntata di “Uomini e donne” o da uno stucchevole diverbio coniugale.

La modalità della comunicazione, ad esempio. Si è detto dell’ambiguità delle informazioni sviscerate dagli unici due attori in campo, nel cui dialogo si sprigiona un sabotaggio continuo della verità, che non arriva mai nitida. Delucidazioni e ragguagli non sono chirurgici. Alla precisione del bisturi si sostituisce la brutalità di una granata.

Il film è traboccante di comunicazione: nel fiume di parole galleggiano anche le pose, gli sguardi e le pause. Il fine ultimo di entrambi è conquistare lo sguardo dominante. Che è qualcosa in più del semplice ‘avere ragione’. Anche a costo di infettare l’altro con immagini mentali superflue ma molto dolorose, l’obiettivo di Malcolm e Marie è appropriarsi della prospettiva definitiva sulla ‘sovrastruttura coppia’. E del suo storytelling. Ferire per comandare, per imporre il definitivo punto di vista.

Un’impellenza che per Malcolm si estende anche al suo ruolo di regista. Dalla lettura di una recensione pubblicata sul Los Angeles Times, si accorge di non poter sfuggire allo stereotipo critico che tende ad eclissare ogni scelta artistica dietro un’etichetta identitaria, razziale o sessuale.

Il suo film parla di altro, però lui è un regista maschio, eterosessuale e afroamericano. E deve fare i conti con un giudizio il cui punto di partenza e di arrivo è influenzato pesantemente da questa caratterizzazione. Il suo film comunica una cosa. I critici, intermediari del messaggio, ne impongono un’altra.

Il suo lungo monologo in cui urla contro i cliché fa tenerezza, se non fosse per il fatto che ha pienamente ragione. Un’indignazione genuina contro l’imposizione di un pensiero terzo, schiavo degli hashtag del dibattito attuale. Una riflessione inflazionata e retorica, quella sollecitata con così tanta insistenza da Sam Levinson, ma forse tornata ad essere necessaria in questi tempi di rigida e ipocrita vigilanza sulle ingiustizie sociali.

Ma il cinema è un’industria, baby! Una sovrastruttura capitalistica. Glielo fa notare Marie, in un momento di tregua e dolcezza. Lui vorrebbe che del suo film fossero valorizzati l’autenticità e il mistero. L’autenticità è l’altro sottotesto che aleggia nei dialoghi. Si insiste sul concetto di schiettezza. Nella coppia. Nel cinema di Malcolm. Nell’essere donna e attrice di Marie.

L’autenticità e il mistero che lui non riesce a portare nella relazione, come si evince dal crudo monologo finale della donna: un j’accuse severo che sbilancia la tenzone dalla parte di Marie, inebetendo la logorrea di Malcolm con una specie di implicito e non originalissimo teorema ad personam sul narcisismo maschilista.

L’ultima sequenza è di un’eleganza visiva splendida. Le parole sono finite. Ad accompagnare gli ultimi gesti c’è l’impeccabile hip-hop felpato di “Liberation” degli Outkast. La prodezza finale di una playlist composta da 12 brani che hanno impellicciato costantemente il mood del film ci congeda da Malcolm e Marie, di nuovo in posa stilizzata e per la prima volta inquadrati da lontano, diretti verso chissà quale destino di liberazione.

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