NEL GIORNO DEL NOVANTESIMO COMPLEANNO DI MONICA VITTI, DA 20 ANNI ORMAI LONTANA DALLE SCENE, LA RAI PROPONE UN DOCUMENTARIO SULL’INDIMENTICABILE ATTRICE, PRESENTATO ALLA FESTA DI ROMA 

Se nel giorno del suo compleanno volete rivedere Monica Vitti, i suoi strani occhi lunghi da gatta, la sua risata capace di contraddire la seriosa fama di ‘musa dell’incomunicabilità’, sentire la sua voce, roca e sensuale in modo unico, purtroppo avete una sola possibilità: sintonizzarvi su RaiTre alle 21.20 e seguire il bellissimo documentario-omaggio di Fabrizio Corallo, Vitti d’arte, Vitti d’amore, presentato a ottobre alla Festa del Cinema di Roma.


Novant’anni di età, da venti lontana dalle scene e in generale dalla vita pubblica a causa di una di quelle malattie implacabili che ti cancellano da te stesso, Monica Vitti è viva e presente nella memoria del pubblico. Eppure, mentre tutti ricordano di quanto si ricordano bene di questa attrice unica nel suo genere, per capacità, estro e aspetto, la nostra televisione propone quasi niente tra i tantissimi titoli che ha interpretato in quarant’anni cruciali di storia del cinema.
Sulla tv generalista e su Sky non c’è nessuno dei film memorabili del periodo in cui era attrice drammatica, e ispirava il suo compagno Michelangelo Antonioni che la diresse nella cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità: niente L’avventura, La Notte, L’eclisse, nei quali la fisionomia particolare e l’intensità di Monica erano il volto della fatica di vivere di tutte le donne dell’alta borghesia degli anni ’60. E nemmeno c’è spazio per i film della svolta brillante della sua carriera, quella della quale lei stessa diceva ‘Scoprire di poter far ridere è come scoprire di essere la figlia del re’, nessuno spazio per le pellicole dirette da Risi, Scola, Monicelli, Sordi.

Benemerito lo streaming, che pur avendo una scelta minima almeno propone qualcosa: su Amazon Prime e RaiPlay si possono vedere almeno Dramma della gelosia (tutti i dettagli in cronaca), la rutilante commedia di Ettore Scola in cui Monica è l’oggetto del desiderio e della (malata, sbagliata: oggi è necessario sottolinearlo esplicitamente) gelosia degli straordinari Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, e La notte, dramma esistenzialista diretto da Antonioni nel 1961. Infinity propone, sempre di Antonioni, Il deserto rosso, l’apice delle interpretazioni drammatiche di Monica Vitti che, nel ruolo dell’infelice e disperatamente depressa Giuliana, pronuncia con “mi fanno male i capelli” una delle espressioni chiave dell’altrimenti indefinibile disagio esistenziale della buona società di metà Novecento.
Se poi volete vedere il film di Monica preferito dall’Algoritmo Umano, dovete proprio noleggiarlo da Amazon, perché non si trova da nessuna parte. Ma per vedere Amore mio aiutami, il più mesto dei film divertenti di Alberto Sordi, da lui anche diretto, e gustare la scena (che oggi susciterebbe aspre polemiche) in cui il marito supercivile e comprensivo finisce per prendere schiaffoni la moglie (la Vitti, che nelle scene più cruente aveva come controfigura una giovanissima Fiorella Mannoia) sulle dune di Sabaudia, un paio di euro potete anche spenderli.

Però è evidente a questo punto che diventa essenziale, in un giorno triste dato che la festeggiata non si può davvero festeggiare, come in un ferale monito alla caducità della vita durante la vita stessa, guardare il documentario dedicato a Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, che ce la mostra com’era, come è stata per anni e per tutti: drammatica e solare, sorridente e scanzonata, bellissima ma ‘solo con la luce giusta’, tenace e perfezionista, scapigliata e comunque perfetta. Se non fosse una parola troppo inflazionata e ormai destituita anche di senso, sarebbe proprio il caso di dirlo: un’icona.

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