THE GUILTY                      VOTO: 6                                                                                   (Netflix)

LA CITTA’ IN UNA STANZA

UN POLIZIESCO IN CUI LA STRADA E LE PISTOLE NON APPAIONO MAI. REMAKE DI UN APPREZZATO FILM DANESE, “THE GUILTY” E’ LO SFORZO CREATIVO DI UN TEAM FORMATO DA JAKE GYLLENHALL, NIC PIZZOLATTO E ANTOINE FUQUA. TRE NOMI FORTI DI HOLLYWOOD PER UN RISULTATO FINALE CHE RISPETTA LE DIRETTIVE ETICHE DEL CINEMA AMERICANO PIU’ RASSICURANTE E FURBO, MA CHE NON DELUDE SOTTO L’ASPETTO DELL’INTRATTENIMENTO.

Un thriller metropolitano con la città sempre fuoricampo. La Los Angeles in fiamme, asfissiata dal divampare degli incendi, si presenta con prepotenza solamente attraverso le chiamate al 911, nelle cuffie di Joe Baylor, agente di pattuglia retrocesso ad operatore telefonico in attesa del verdetto su un ambiguo caso che lo coinvolge e di cui si viene a sapere nel sottofinale del film diretto da Antoine Fuqua e scritto da Nic Pizzolatto, l’autore di “True Detective”. Un remake molto aderente al suo prototipo: “Il colpevole – The Guilty” (disponibile su Amazon, Google Play e Chili) girato nel 2018 dal danese Gustav Moller, di cui proprio Jake Gyllenhaal acquisì i diritti per realizzarne una versione hollywoodiana.

Jake Gyllenhall che è il ‘One Man Show’ del film, costantemente in scena, inquadrato dall’inizio alla fine di questo poliziesco girato in interni, con la cinepresa incollata al viso di un uomo fuori equilibrio per il senso di colpa, con un problema familiare sostanzioso da risolvere e impegnato a scavalcare i protocolli pur di salvare una vita umana. Fra le mille voci della Città degli Angeli che affollano le interlinee del 911 spunta infatti la richiesta di aiuto di una donna che fa capire di essere stata rapita dal marito. Baylor, abituato a calpestare la giungla d’asfalto, si sente un leone in gabbia e usa tutti i mezzi telefonici a disposizione per rintracciare la vittima, parlare con i figli della donna rimasti a casa e dispensare consigli impropri per uscire dalla trappola.

Da sempre autore, sin da “Training Day”, di un cinema action spavaldo e di grande forza espressiva, Antoine Fuqua accetta di rinchiudersi in uno spazio angusto nel rispetto quasi totale dell’unità aristotelica di tempo, luogo e azione. Come detto: i volumi, i volti, le dinamiche violente e imprevedibili della metropoli, caotica e corrotta, rimangono fuori campo. Se ne captano gli impeti attraverso il tappeto sonoro che esalta per contrasto la parabola umana del protagonista, simbolo di un ruolo – quello dell’agente – condannato a fare la scelta giusta in un intervallo di tempo ridotto, maneggiando regole, formalità e direttive. L’ordine della disciplina contro il disordine della strada.

Baylor si trova a gestire una situazione delicatissima nei panni di un intermediario disarmato, ad improvvisarsi psicologo, motivando o consolando il suo interlocutore telefonico, ma non sempre riesce a pesare le parole per interagire con una bambina, un rapitore e una donna in pericolo. Allo stesso modo Fuqua accetta la sfida di non scendere di pattuglia, di relegarsi in interni e di usare solo le voci della città e l’espressione di un uomo per costruire la suspense e disvelare gradualmente il quadro degli eventi.

Confinare l’eccesso in un vincolo non è certo un’idea nuova. Senza pensarci più di tanto, ne vengono in mente già due: “Locke” di Steven Knight con Tom Hardy e il recente “Oxygene” con Melanie Laurent. Così come l’aggressività della città ‘offscreen’ rimanda a uno dei capolavori di Oliver Stone, “Talk Radio”. Ma è indubbio che la gestione del ritmo da parte di Fuqua è talmente mirabile che non si sfiora mai il ciglio di burrone del film da camera.  La giravolta della sceneggiatura può risultare prevedibile a un pubblico sufficientemente smaliziato e la confessione finale è una concessione pattuita implicitamente in ogni prodotto hollywoodiano mainstream che esige la redenzione e il ristabilirsi dell’ordine. Una chiosa ‘gender neutral’ (come il cartello sulla porta del bagno), che condanna un maschio e una femmina, salva chi si credeva morto, fa trionfare la giustizia e l’etica.

Un film da assolvere o condannare, a seconda dei gusti, ma con la condizionale. Che celebra l’utopia dell’espiazione delle proprie colpe e il ripristino di un disciplinato e accettabile scompiglio sociale. Tremendamente consolatorio e omologato, ma dalla confezione di innegabile qualità. A cui non possiamo che assegnare il più neutro e consolatorio dei voti: 6.

L’ALGORITMO UMANO CONSIGLIA

LOCKE

(Amazon)

Al volante della sua BMW, in direzione Londra e alla vigilia di una grande sfida, un uomo (Tom Hardy) vede sparire le certezze di tutta una vita e cerca di arginare il crollo in una raffica di telefonate, in un incessante dialogo con se stesso e con gli altri. Scritto e diretto da Steven Knight, lo sceneggiatore di “La promessa dell’assassino” e creatore di “Peaky Blinders”, “Locke” è un pezzo da novanta del cinema recente: un thriller in tempo reale tutto girato all’interno di un abitacolo che contiene più sconvolgimenti di un dozzinale film d’azione.

Lascia un commento