SU SKY LA MINISERIE SEQUEL DI SEX AND THE CITY, CON LE STESSE PROTAGONISTE (MENO UNA) CHE CI RACCONTANO L’AMORE E LE RELAZIONI TRA CINQUANTENNI, AGGIORNANDO (FORSE) UNA FORMULA CHE LE PORTO’ AL SUCCESSO DA TRENTENNI

Di seguito racconto (con spoiler) del perché non avevo intenzione di guardare And Just Like That, seguito della serie cult che lanciò Sarah Jessica Parker nell’olimpo delle star televisive e cambiò per sempre il linguaggio delle conversazioni intime tra amiche, del come ho deciso di vedere la prima puntata, e del perché, nonostante abbia compreso che si tratti solo del ‘prologo’ della serie, non ne vedrò altre

Perché non volevo vedere il sequel di Sex and the City, And Just Like That

  • Perché sono tra quelli a cui un seguito dopo vent’anni, come il concetto stesso di reunion, mette tristezza e fa venire in mente la parola postumo, foriera di sventura.
  • Perché chi non è stato un grande fan della serie originale non vede il motivo di scoprire come sono diventati i personaggi che già non amava da giovani e spumeggianti, figurarsi da maturi e presumibilmente petulanti (lo spumeggiare delle ultracinquantenni comporta sempre il rischio di una vitalità querula e sfinente).
  • Perché anche se fossi stata una fan, preferirei oggi ricordare giovani e possibilmente spumeggianti Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha, la quale ultima nella nuova serie non c’è.
  • Perché Samantha non c’è. Il triste annuncio era già stato dato prima della programmazione. Per una reale ‘differenza di vedute’ tra la potentissima Sarah Jessica Parker/Carrie (anche produttrice) e Kim Cattral, davvero irriverente come la sua Samantha, quest’ultima è stata narrativamente dislocata a Londra, ed è totalmente assente dalla storia della nuova serie. E Samantha è il personaggio che personalmente più amavo tra questi personaggi non molto amati: nelle sue impudiche scelte e disinibite abitudini c’era un’autenticità che attraeva e finiva per rendere sbiadite le paturnie erotico-amorose delle altre tre, che spesso dovevano infatti ispirarsi a lei per provare il brivido della trasgressione. Sam, panterona per cui il sesso era vita ma anche gioco da non prendersi troppo sul serio, realizzava coi suoi comportamenti tutte le fantasie più sfrenate che le altre non avevano coraggio di mettere in pratica. In quattro, le ragazze di Sex & The City erano un nucleo perfetto, senza il peso specifico della trasgressione gioiosa e selvaggia di Samantha, il loro equilibrio sarà sicuramente perduto. Rimane un quadrilatero monco, con la romantica patetica, la disincantata ironica, e la riflessiva dal cuore immenso e l’ego anche più grosso (distribuite voi i nomi dei caratteri, se avete visto anche solo tre puntate della serie originale, sapete di chi sto parlando).
  • Perché, per i gusti di qualcuno che ha passato il mezzo secolo, per essere una comedy non black ci sono troppe morti. Quella annunciatissima del personaggio di Big già alla prima puntata, e quella dolorosamente reale di Willie Garson, l’attore che rese cult il ruolo dell’amico gay di Carrie, Stanford. Morto a soli 57 anni, Garson ha fatto in tempo a girare solo tre puntate, e questo è un altro, molto più crudele, vuoto con cui fare i conti.
  • Perché non credo possa essere trasgressiva come era l’originale. Il punto di forza delle ragazze di Sex and the City era la trasgressiva spontaneità con cui parlavano di, pensavano a, facevano sesso. Le quattro amiche di Manhattan lanciarono una moda che ha reso accettabile nella tv mainstream che anche una donna ‘media’ parlasse di argomenti erotici senza mascheramenti, eufemismi né esagerazioni, ma solo con grande conoscenza e passione del tema. Ma oggi, nel 2021, non si vede davvero come si possa essere ancora trasgressivi, o più disinibiti di quanto lo sono i ragazzini delle scuole superiori, cresciuti con l’idea che il sesso sia una delle cose che fan parte della vita, quasi senza tabù e con una leggerezza che rende tutto così spontaneo che la trasgressione è arrivata a non essere più nemmeno necessaria. Quindi, di cosa parleranno le tre superstiti? Se non il sesso, che scompare infatti dal titolo e che come detto sarebbe difficile rendere ‘friccicarello’ come ai vecchi tempi, cosa hanno in comune oggi le mature Carrie, Charlotte e Miranda, e cosa hanno da dirci?

È stata questa ultima domanda che, alla fine, ha mosso qualcosa nel mio sistema limbico e mi ha fatto decidere di vedere di cosa tratta, e come, And Just Like That

 

Così ho affrontato la visione, ponendomi come obiettivo almeno un episodio, ma intero. Scoprendo che:

  • Gli sceneggiatori ci sanno ancora fare, e i dialoghi sono serrati e intelligenti come li ricordavo, con la gustosa autoironia che ha fatto veleggiare vento in poppa i personaggi dalla tv fin dentro l’immaginario internazionale. Battute e doppi sensi tengono botta, aggiornati alle tematiche di venti anni dopo che si sono spente le ultime eco dei dialoghi scoppiettanti di Sex and the City.
  • Per quanto riguarda le su(e)ccitate tematiche, gli sceneggiatori hanno fatto come fanno in questi casi i professionisti dell’intrattenimento americano: hanno studiato la materia. E si sono aggiornati. Mi domandavo cosa potesse scandalizzare nel 2021? Ebbene, pur essendo state all’avanguardia della liberazione sessuale espressiva, sono le protagoniste stesse che si scandalizzano di fronte alla sfrenata disinvoltura con cui si affronta qualsiasi anfratto di desideri, pulsioni e chiribizzi relativi al sesso. Carrie lavora, come ospite, per un podcast radiofonico condotto da una transgender birichina che fa domande ultrascomode: dopo essere stata titolare di una rubrica modernissima su relazioni e sesso, la protagonista è in difficoltà a rispondere sinceramente a una domanda che per gli anni Venti è addirittura scontata: tu ti masturbi? Imbarazzata, ridacchia senza rispondere.
  • L’imbarazzo è il leitmotiv dell’intera puntata: Carrie, Miranda e Charlotte fanno figure imbarazzanti di fronte alle persone più giovani, di fronte alle situazioni che la vita di ora propone loro. Di fronte al pericolo di offendere persone di colore non trovando gli aggettivi giusti, di non riconoscere orientamenti sessuali per loro evidentemente troppo vari sbagliando i pronomi, di non accettare abbastanza cordialmente la liberazione sessuale dell’intera umanità e dei propri figli che seminano la stanza di profilattici usati. Le tematiche ‘calde’ dell’attualità sono tutte toccate, ma non pensiate che sia una scelta politicamente corretta: credo sia il contrario. Le ex ragazze fanno figuracce di fronte a tutti, ma il sottotesto è ‘il mondo è diventato assurdo e noi non lo capiamo, non ci piace anche se ci sforziamo di far finta di sì’. Ma tutto questo imbarazzo risulta imbarazzante, non si riesce a empatizzare con le protagoniste soprattutto per un errore di prospettiva narrativa: come si fa a fare queste figure barbine nel 2021, se non venendo direttamente dal 2004 (data dell’ultima puntata di Sex and the City) e non avendo vissuto gli ultimi 15 anni? Come hanno fatto le quattro newyorkesi ad arrivare a 55 anni senza sapere come parlare e come muoversi rispetto al ‘nuovo’ codice della coolness? Il risultato sono situazioni false, non-credibili, non rappresentative.
    Le vere cinquantenni di oggi o sono irrimediabilmente cringe (per quelli del Novecento: equivale a ‘soggettone’ NdR) e fanno figuracce sempre, o sono fichissime come Carrie, Miranda e Charlotte, e allora di figuracce non ne fanno mai.
  • Ma il vero problema, nella mia prospettiva di non-ex-fan di Sex and the City, è che questo And Just Like That commette il peccato originale di qualsiasi prodotto di intrattenimento: è noioso.
    Probabilmente questo è l’approccio meno critico che si possa avere, e tuttavia l’unico che abbia un vero collegamento con la verità della fruizione. La verità è che questa puntata del ritorno di Carrie e delle sue amiche abita una noia inesplicabile. Succede poco, e quello che succede succede a persone di cui non ci importa, perché è impossibile essere affezionati a questi personaggi ‘nuovi’, che in comune con quelli di una volta hanno il nome e il carattere stereotipato: la megalomane che ora ha un look insopportabilmente troppo esagerato, la perfettina che tiranneggia la propria famiglia con la dolcezza e la propria sagoma sotto chili di botulino, l’impegnata che non tinge i capelli per non barare sull’età ma poi si iscrive ai corsi universitari in cui anche la prof è più giovane di lei. Ma sotto lo stereotipo, niente. I personaggi non hanno sangue né cuore, e le loro relazioni, i dialoghi, la trama stessa delle vicende non aggiungono niente. E’ come entrare in un allestimento d’arredo di un grande magazzino: tutto al suo posto, ma nelle cornici non ci sono i volti di gente che conosci e che ami.
  • Personalmente dunque boccio questo tentativo di respirazione bocca a bocca di una bambola da esposizione, che viene vieppiù affossato da due macroscopiche carenze stilistiche. La prima: nel dialogo sull’assenza di Samantha si getta su di lei la colpa dell’abbandono delle amiche, lasciando trasparire in modo davvero volgare l’idea che sia così anche nella realtà, infamando da un grandissimo pulpito un’attrice che non avrà mai modo di rispondere a tono. La seconda (SPOILER ALERT!): l’annunciata morte di Big avviene in una scena di una banalità sconfortante, di una freddezza inspiegata e con una sinceramente imperdonabile discontinuità logica: cosa impedisce a una donna di chiamare per prima cosa l’ambulanza quando vede l’amore della sua vita agonizzare sotto la doccia? Ah Carrie, ne salvavi tre di Big, se fossi stata un po’ più reattiva! (il complottismo che abita segretamente ognuno di noi mi spinge a ipotizzare che la bionda protagonista, facendo fuori Big e Samantha, abbia voluto assicurarsi che davvero nessun altro le facesse ombra, lasciando il palcoscenico abitato da una singola figura, che però è ormai davvero troppo esile per reggere quella responsabilità).

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