“L’ombra di Caravaggio”: su Sky un film bello e imperfetto con Riccardo Scamarcio, utile per conoscere qualcosa di più su… Michele Placido. Se invece si vuol capire meglio la tormentata vicenda del Merisi, l’Algoritmo Umano consiglia il documentario dei record, “L’anima e il sangue”

 

Voi peccate di superbia, Merisi”, dice a Caravaggio l’Ombra, nel film l’inquisitore che Papa Paolo V mette alle calcagna dell’eccelso artista, per capire se merita la grazia per la sua condanna per omicidio.
E forse è proprio la superbia il peccato di cui si macchia anche Michele Placido dirigendo “L’ombra di Caravaggio”, in cui la vicenda biografica e artistica di Michelangelo Merisi viene ripercorsa col piglio del thriller ucronico, dove le invenzioni e le ipotesi valgono come le verità acclarate e i piani si confondo come in un quadro, più che barocco, surrealista. Placido immagina che nel 1609 il Pontefice, dovendo decidere se concedere la grazia e salvare la vita al celeberrimo artista Caravaggio (in fuga da Roma), faccia indagare sul suo ‘caso’ un misterioso personaggio della Curia, l’Ombra, per capire se l’arte innegabilmente straordinaria del Merisi possa in fin dei conti ‘compensare’ i suoi peccati, i vizi contro natura e l’accusa comprovata di aver ucciso un uomo. L’indagine è l’occasione per il regista per ripercorrere la storia complicata e contraddittoria di un personaggio complicato e contraddittorio, fatto, come ormai da luogo comune, di luci ed ombre, come i suoi quadri.
Michele Placido dirige un film affascinante, che vuol essere barocco e intenso come il suo protagonista, ma che, appunto, pecca di superbia almeno in tre modi.

LA SUPERBIA DI PLACIDO, CHE TANTO PLACIDO NON E’
Il primo atto di superbia è la scelta stessa del soggetto. Tutti gli Italiani conoscono Caravaggio, e soprattutto sanno che tutti nel mondo conoscono Caravaggio: un’eco nazionalista che risuona a livello internazionale. Caravaggio è una gloria di quelle che danno lustro e di cui ci piace vantarci (siamo la patria di… ecc ecc), e ultimamente è preferito come icona dell’italianità all’eterno Leonardo da Vinci perché più rock e ambiguo, più ribelle e fluido, più attuale insomma. Placido quindi risulta cavalcare la moda del momento, ma il suo vero atto vanesio è suggerire, fin troppo chiaramente per chi sa qualcosa dell’uomo, un parallelo tra sé e il suo protagonista: cattivo carattere, insofferenza alle regole, sensualità mai rinnegata, iracondia, scatto di follia al momento sbagliato, presunzione: Michele e Michele Angelo si somigliano, insomma. Ma con questo si vuol forse suggerire anche un susseguente parallelo tra il genio dell’uno e quello dell’altro? Più che di superbia, si scade nella barzelletta, e tutta questa prosopopea finisce per irritare. Quella del Placido, non del Merisi, si capisce.

Ma il definitivo gesto presuntuoso è lo scivolare spesso, all’interno di un film altrimenti appassionante, nel didascalismo esplicito: ve lo spiego io Caravaggio. Troppe tirate, troppe frasi ad effetto (con un linguaggio che mai avrebbe risuonato tra le labbra seicentesche dei protagonisti, tra l’altro), troppo reiterato il concetto che sottende la storia: Caravaggio con la sua arte cercava il Vero, che per lui si trovava ‘nel dolore dell’umanità, nei miserabili, nei poveri cristi che popolano la notte’, mentre per la Chiesa la Verità sta solo nella Parola di Dio e nelle regole del cattolicesimo. Amen.
Questa superbia è madre dei difetti di un film che d’altra parte ha molti pregi e che,  viene da dire giocando pure noi sul luogo comune, è fatto di profonde ombre e vivida luce.

I PREGI
L’atmosfera caravaggesca della storia è resa superbamente: fotografia, scenografia e costumi premiati con 3 David di Donatello, meritatissimi, immergono lo spettatore non solo nella dimensione orgiastica e materiale dell’Italia del Seicento, ma all’interno della visione allucinata e allo stesso tempo nettissima del pittore Caravaggio, rendendo vivida quella ‘dicotomia risolta’ tra oscurità e lucentezza che anima i suoi quadri.

L’andamento thriller della storia è efficace, e l’indagine avvincente, riuscendo credibilmente a ripercorrere le tappe che portarono l’artista a dipingere i suoi quadri più importanti (ovvero tutti). E vincente anche è la scelta di far incontrare a Caravaggio i personaggi importanti della sua epoca, forzatura storica ma utile al racconto: Filippo Neri, prima di essere San, che coglie nel pittore il ritrattista della stessa umanità dolente che lui stesso soccorre in Santa Maria della Vallicella (per i Romani: è la Chiesa Nuova di Corso Vittorio, purtroppo il chiostro oggi non è visitabile), mentre col filosofo eretico Giordano Bruno Caravaggio condivide la rivoluzionaria concezione dell’uomo al centro del cosmo, intento con coraggiosa superbia alla ricerca della SUA verità.
Infine a corroborare la forza del film c’è un cast variegato, riconoscibile e di grande effetto (anche nei numerosi cameo eccellenti): Louis Garrel è un’Ombra algida, inquietante e ascetica che non perdona; Isabelle Huppert incarna il fuoco trattenuto della Marchesa Colonna, che si immagina innamorata -come tutti- di Caravaggio; Michaela Ramazzotti è la prostituta buona musa del pittore, una bellezza ferita e fragilissima che incarna colpevolmente i volti di diverse Madonne caravaggesche; Brenno Placido (figlio del regista) è il fastidiosissimo rivale Ranuccio, che Caravaggio finisce per uccidere; Moni Ovadia è un mite e sorridente Filippo Neri; il napoletano Gianfranco Gallo (fratello del più televisivamente celebre Massimiliano) è un credibile, appassionato e teatrale Giordano Bruno; e infine, ma ovviamente non ultimo, Riccardo Scamarcio veste i panni del protagonista. Carismatico e fuori di testa, vittima dei suoi istinti ma profondamente umano, sensuale ma caritatevole, rivoluzionario ma ricco di fede in Dio, presuntuosissimo e rancoroso ma consapevole della propria genialità: questo il Caravaggio che Scamarcio deve interpretare. Missione riuscita? Qualcosa rimane irrisolto, pare, nella resa di un personaggio così lontano nel tempo, qualche disagio nel vestire i panni di un artista a volte rapito dalle sue estasi e a volte con la faccia nella mota, e nell’impugnare la spada, mentre è convincente l’intensità del tormento dell’uomo Michele Angelo Merisi, cui Scamarcio regala la sua minacciosa ambiguità, l’abisso sfuggente e pericoloso che rimane sempre sul fondo del suo sguardo incantatore.

E DUNQUE?
Dunque, quale il consiglio dell’Algoritmo Umano?
Il film va visto, per la somma dei suoi pregi e l’interesse dei suoi difetti, per l’intrinseca bellezza della storia vera e la forza immaginifica della parte inventata, e in definitiva perché Caravaggio è effettivamente Caravaggio, e scavare nella sua biografia è parte del bagaglio culturale di un italiano consapevole. Ma per capire meglio le opere del geniale artista, del pittore così rappresentativo del lato dionisiaco e vitale del carattere nazionale, consigliamo invece un altro film, un documentario visibile su Sky Arte e On demand, “Caravaggio – L’anima e il sangue”. Un vero viaggio le cui tappe sono formate dai grandi capolavori caravaggeschi, i più conosciuti e amati, di cui si racconta la genesi e contemporaneamente i tormenti e i fatti che portarono alla loro realizzazione. A guidare in questo viaggio, un Caravaggio bello e impossibile e figure che sembrano uscire dalle sue tele e dai suoi affreschi, una scrittura a tratti poetica che ne descrive i passaggi, e la voce intensamente rock, espressiva e oscura di Manuel Agnelli. Il premiatissimo documentario meriterebbe una recensione a parte, e un recensore competente in storia dell’arte. Ma guardarlo risulta una -in definitiva semplice- immersiva esperienza estetica.

 

 

 

 

Lascia un commento