A 20 ANNI DALLA SUA USCITA, PARLIAMO DI ‘SANTA MARADONA’: SIA PER RICORDARE LIBERO DE RIENZO – CHE PER IL RUOLO DI BART VINSE IL DAVID DI DONATELLO – SIA PER RICALCARE I CONTORNI DI UN PICCOLO MANIFESTO GENERAZIONALE, DI UN MODO DI FARE CINEMA LEGATO A UN TEMPO COSI’ VICINO EPPURE BRUTALMENTE LONTANISSIMO.

SANTA MARADONA

(RAKUTEN/CHILI/APPLE TV/GOOGLE PLAY)

Sono 20 anni ma sembrano secoli, e davvero sembrava che non succedesse mai niente. Non agli stessi livelli del ‘500, tanto per parafrasare una delle perle di saggezza snocciolate da Bart nel suo discorso socio-amoroso in una scena del film, ma per una qualità dell’ozio che ora è smarrita. L’ozio come rinuncia all’ingresso nel mondo vero, non per immaturità ma per resa preventiva di fronte all’obbligo di competitività.

“Santa Maradona” è l’esordio alla regia di Marco Ponti (che si aggiudica il David di Donatello per la migliore opera prima) ed è, se proprio manifesto può sembrare un’etichetta troppo roboante, almeno un’adeguata brochure che in un agile susseguirsi di vignette pennella il ritratto e rifà bonariamente il verso ai ‘circa-trentenni’ di allora. E a riguardarlo oggi, galoppando indietro sul filo della memoria, al film di Ponti va dato il merito di aver scelto un bersaglio, magari semplice, e di averlo colpito con accettabile precisione. E non scrivo accettabile con un’accezione negativa, ma per allinearmi al mood del film e al tacito accordo siglato con la vita senza che quest’ultima ne fosse messa al corrente. Quindi un piccolo mondo di liberi pensatori pop, di filosofi intertestuali, di beffardi osservatori da appartamento incasinato. Per i quali il non prendersi mai sul serio non era un atto di codardia ma una salutare obiezione di coscienza.

Nel film, Andrea (Stefano Accorsi) è il neolaureato che attraversa Torino per rincorrere colloqui e che si innamora di Dolores (Anita Caprioli), mandando successivamente a monte una love story appena cominciata. Lui rappresenta l’azione, o almeno il tentativo di azione ed evoluzione.

Ma è il suo coinquilino Bart (Libero De Rienzo) il faro che diffonde luce e stile di vita con la sua fiera sedentarietà e uno scetticismo cinico come arma di difesa. L’auto inibizione come sfida alle regole che si riassume nel motivo per cui ha deciso di non fumare.

Io non fumo perché al cinema non si può fumare. E non potrei mai vedere un film senza fumare. Quindi non fumo”.

Non fa una piega. E mi ricorda il computer di “Wargames” quando capisce l’inutilità di giocare a Tris: “It’s a strange game, the only winning move is not to play”. È uno strano gioco, l’unica mossa vincente è non giocare. Bart non si incarta, ha le idee chiare e dà voce a una generazione consapevole che la società alla fine ti frega sempre. Al massimo contro di lei puoi pareggiare, se ti dice bene, e quindi sceglie di non giocare.

In attesa di cosa? Ha davvero importanza? Già considerare la vita una sala d’attesa per chissà quale solenne appuntamento significherebbe stare al suo gioco. Significherebbe sentirsi in obbligo di creare un’urgenza solamente per seguire uno schema. Bart vive in verticale dentro se stesso, a braccetto con un’ignavia pre-tecnologica brutalmente lontanissima nel tempo. L’ozio, l’inazione e l’inerzia di lasciarsi vivere sono diventate ormai virtù preistoriche. Oggi probabilmente persino uno così convinto e interiormente solido come Bart finirebbe vittima dell’illusione dell’azione digitale.

“Santa Maradona” ha i pregi e i difetti del prodotto low-budget. Gira intorno a un pessimismo consolatorio che fa presa facilmente, è visivamente basico perché non può, non deve e non vuole uscire dal negoziato esistenziale in cui l’identificazione ha un valore maggiore dell’azione, del gesto. Il citazionismo pop non è mancanza di idee, ma è una exit strategy generazionale per la quale rappresenta un comodo alloggio, una sacca di ossigeno a cui attingere per esistere attraverso quello che si sa, essere attraverso ciò che questa o quella situazione ci ricorda. La vita di Bart è nei dialoghi, nelle osservazione e nei commenti. Perché sono autoregolamentabili.

Rimanendo intorno a quegli anni, possiamo un po’ giocare e considerare “Santa Maradona” come uno spin-off de “L’ultimo bacio”, un film che sa stare sia da solo, quindi, sia fare la sua figura in un microcosmo di pellicole descrittive di un periodo del cinema italiano che all’epoca poteva sembrare diseguale, ma che con il passare degli anni si è fatto via via più nitido, con storie e personaggi in bilico tra amarezza e consolazione, disincanto e orgoglio. Oltre ad aver battezzato e spinto nel mondo del cinema una nutrita generazione di autori e attori.

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