Sky/Now TV

voto 9

The Deuce’, il soprannome dato alla 42esima strada nel tratto compreso tra la sesta e l’ottava Avenue, a New York, non è solamente la location del Period-Drama firmato David Simon che si estende per tre stagioni coprendo un arco temporale che va dai primi anni 70 alla metà degli anni 80. ‘The Deuce’ è molto di più perché inscatola una porzione di puro immaginario cinematografico: lo spicchio di Grande Mela aperto 24/7, illuminato dalle luci a neon dei peep show e di altri locali equivoci, affollato di prostitute e papponi nei loro abbigliamenti variopinti e acconciature vistose. È la New York delle retate della polizia, dei ‘bracci violenti della legge’, dei ‘taxi driver’ insonni che si calano nella notte come malcapitati visitatori dell’inferno. La New York della scena punk e della Disco Music, dei duelli per la conquista della strada e la salvaguardia del proprio corpo. La New York del Boogie e del Groove, quella della Blaxploitation di polizieschi eterni come “Shaft” e di una marginalità underground che ne celava una ancora più violenta e inespugnabile. L’underground dell’underground. Il dark web della strada. The Deuce è un fondale di asfalto e di estrose insegne intermittenti che invitano al peccato ‘mordi, scopa e fuggi’ camminando come Lou Reed sulla Wild Side, prima, durante e dopo la comparsa dello spettro dell’Aids. È la New York, come avete letto fin qui, che ci ha insegnato gli inglesismi e lo slang; un biglietto al cinema che ci ha insegnato i metodi spicci di gangster e poliziotti, informatori e outsider sottoproletari.

Avvalendosi di questo fondale/palcoscenico, David Simon ci racconta di nuovo questo inesauribile regno di fantasia e cruda realtà con una serie post-moderna di fatto, vintage volente o nolente, e topos estetico-narrativo di sicuro, in 25 puntate. Lo scarto sta nel raccontarlo seguendo la genesi, il fiorire e la trasformazione dell’industria della pornografia. Ne fiuta le intrinseche possibilità di ricchezza ed emancipazione, Candy (Maggie Gyllenhaal), prostituta freelance che spera di ricavarne dei soldi senza essere assoggettata a un magnaccia e malmenata da qualche cliente manesco. Per Candy l’ingresso nella pornografia, come nel più smargiasso dei paradossi, significa controllare la propria sessualità e provare a scalare un mondo di maschi maschilisti arrivando fino al controllo della macchina da presa in vesti di regista. Parliamo del porno d’autore, passatemi il termine, che precedette il porno amatoriale facilitato dall’avvento del vhs e dall’alleggerimento dell’armamentario tecnico – le telecamera al posto delle cineprese. Ne coglie benissimo il senso rivoluzionario un film capolavoro come “Boogie Nights” di Paul Thomas Anderson, individuando nel 1980 l’anno di cesura fra il porno che fu e il porno che sarebbe stato. E che con Internet ha subito l’ennesima rivoluzione estetica. Un’altra rivoluzione di cui il porno è stato precursore. Alla fruizione collettiva del film hard, da sbirciare nel buio delle sale cinematografiche, si sostituì, grazie al feticcio proibito della videocassetta, la fruizione solitaria e domestica, altro colpo basso nei confronti dell’industria a luci rosse che, come dicono i numeri e i conti in banca, ha sempre saputo riciclarsi e riarricchirsi a partire dai cambiamenti. Resilienza e sesso anale, tanto per usare uno slogan che sarebbe piaciuto a qualche tizio laggiù nell’immensa tana di “The Deuce”. Ma, smettendola con le divagazioni, la serie di David Simon dà voce e corpo a un’umanità estromessa dal sistema o costantemente in bilico fra il compromesso con tale sistema e l’attrazione dell’illegalità. Vacillante dicotomia che nella serie è rappresentata dai fratelli gemelli Vincent e Frankie, entrambi interpretati dal – come al solito immenso – James Franco. Il primo cerca di adattarsi al sistema dall’interno, gestendo un bar frequentato da gangster, scagnozzi ed energumeni più disparati. Vincent è uno degli occhi, delle soggettive di “The Deuce”, osservatore privilegiato di questo purgatorio di anime erranti a cui spetta anche la chiosa finale. Frankie, invece, il sistema con la S maiuscola lo vuole fregare. Non lavora, gioca d’azzardo, spaccia droga e cerca di ritagliarsi un posto rimanendo incollato a un mondo controllato dalla mafia, industria pornografica compresa. Dove ai papponi si sostituiscono i manager e le attrici cambiano orario di lavoro ma non prezzo da pagare in termini di vendita di se stesse.

David Simon rielabora questo gigantesco contenitore per stilare un manifesto (anti)capitalista, descrivendo con minuzia un brulicare di soldi, corpi e ambizioni di sopravvivenza, traslando in quel tratto di strada lo stesso meccanismo di domanda e offerta che in altri luoghi tiene banco senza marciume di facciata.

“The Deuce – La via del porno” ritrae un cambiamento culturale con pazienza e attenzione certosina al dettaglio; cattura un’epoca nel suo farsi immaginario e che ora è passato remoto, perché quella zona di Manhattan è stata alterata dalla dalla riconversione in epicentro da turismo di massa, paradiso del selfie prima dell’esplosione del selfie, un parco divertimenti di lusso, dominato dai marchi. A cominciare dalle prime iniziative del sindaco Koch fino al grande repulisti voluto da Rudy Giuliani, The Deuce è stato uno dei pazienti zero della chirurgia estetica capitalistica. The Deuce, che del capitalismo più spicciolo e brutale ne era uno dei manifesti, uno degli inconsapevoli covi.

Lascia un commento